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Biografia di don Paolo Bargigia

(letta nel Funerale 26 agosto 2017)

 

   Don Paolo Bargigia, era figlio unico di Adriano Bargigia, originario della Lombardia e di Fosca Grazzini, nata qui, tra Sollicciano e Cintoia: ambedue parrucchieri, dopo il matrimonio non riuscivano ad avere un figlio (Fosca ne perse durante la gravidanza 13) fino a quando nacque Paolo, di sette mesi, il 2 febbraio del 1960, dopo un voto alla Madonna di Bocca di Rio.

   Crebbe a San Iacopino, e visse un’intensa esperienza nel Gruppo Scout, in cui da lupetto conobbe padre Paolo Andreini, cappuccino, che fra l’altro gli insegnò la musica e il canto, che poi tanta importanza hanno avuto nella vita di Paolo. Ai quindici anni, grazie al vice parroco don Dante Carolla, conobbe Comunione e Liberazione, incontro che lo segnò definitivamente.

   Stava frequentando l’I.T.I.S. Meucci, nella specializzazione di elettrotecnica, e nell’ambito studentesco, allora pieno di fermenti, si impegnò per la presenza cristiana nel suo istituto e nella città. Proprio in quest’esperienza viva di una comunità di giovani centrata sulla preghiera e sulla testimonianza dentro la realtà sociale, maturò la sua vocazione al sacerdozio, in cui ben presto ci trovammo compagni di cammino (noi che già condividevamo tutto), con Andrea Bellandi, con me e successivamente con Paolo Milloschi, e fu don Pierfrancesco Amati che ci aiutò nel discernimento della vocazione stessa.

   Alla fine delle superiori, presentati da don Silvano Seghi, responsabile di C.L. a Firenze, fummo accolti dal Cardinale Giovanni Benelli in seminario, in un gruppo di otto ragazzi tutti diciannovenni, e trovammo il nuovo rettore, don Gualtiero Bassetti, che da allora e fino al presente non cessò mai di esserci padre.

   Il Cardinale Silvano Piovanelli ci ordinò sacerdoti nella Messa Crismale del 4 aprile 1985 e Paolo celebrò la sua prima Messa la notte di Pasqua del 1985 nella chiesa di San Pio X al Sodo, comunità nella quale era stato inviato come seminarista nell’82 dal cardinale Benelli e nella quale è rimasto 26 anni, vivendo tutto il suo sacerdozio, prima come viceparroco con don Vitaliano Dainelli e poi come parroco, fino al 2008, quando partì per raggiungermi nella missione in Perù (io ero già là dal 2001). Furono anche gli anni in cui Paolo fu responsabile dell’esperienza di Comunione e Liberazione degli studenti secondari a Firenze e in Toscana, incontrando e accompagnando generazioni di ragazzi, tra cui moltissimi oggi qui presenti.

  In Perù, chiamati da Monsignor Lino Panizza, Vescovo di Carabayllo a Lima, a cui siamo tanto grati, la nostra esperienza si articolava in molte direzioni: la parrocchia di Santa María de la Reconciliación, una comunità di 60.000 persone nella periferia nord di Lima, in cui Paolo seguiva in particolare i giovani e le iniziative caritative, l’Università, fondata dalla diocesi, in cui insegnava i corsi di antropologia e di introduzione al cristianesimo e si occupava della pastorale universitaria; poi avevamo la responsabilità della formazione dei sacerdoti giovani della diocesi e poi c’era la vita della comunità di Comunione e Liberazione. Don Julián Carrón gli chiese anche di visitare e accompagnare l’iniziale presenza del movimento in Bolivia, dove andava un paio di volte all’anno. Furono anni intensi di una straordinaria fecondità nel sacerdozio e di scoperta che quello che dice Papa Francesco, cioè che si comprende meglio la realtà dalla prospettiva delle periferie, è proprio vero. Che gratitudine per questo Papa che lo Spirito ci ha donato!

   Poi il calvario crescente della malattia: i primi sintomi si manifestarono nel settembre 2014: da qui il suo rientro a marzo 2016 e la permanenza al Convitto Ecclesiastico. La chiave di questo periodo è l’incontro con Papa Francesco che si accomiatò da lui dicendogli: “Paolo, da oggi prego perché tu sia felice facendo la volontà di Dio ogni giorno”.

   Infine quest’ultimo anno, insieme qui a Casellina, in questa comunità diventata presto sua e mia, che il Cardinale Betori ci ha affidato (e lo ringrazio con tutto il cuore, per questo dono e per la sua paternità eccezionale).

  Voglio indicare una serie di persone importanti nella vita di Paolo: oltre ai già ricordati, in modo particolare don Luigi Giussani, la cui genialità educativa alla fede ci ha conquistato da ragazzi ed ha continuato fino a ora ad essere la stella polare della sua esperienza di fede, don Divo Barsotti, che ci voleva tanto bene, Madre Teresa di Calcutta (oggi è il suo compleanno), che Paolo conobbe a 20 anni grazie a don Antonino Spanò; il servo di Dio Andrea Aziani, laico consacrato dei Memores Domini, amico per anni a Firenze e andato nel 1989 missionario in Perù, dov’è morto tre giorni prima che arrivasse Paolo.

   Negli ultimi anni, don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, don Julián de la Morena, nostro grande amico che vive in Brasile, don Leonardo Grasso dell’Argentina, che venne a stare con noi a Lima per aiutare Paolo nei suoi ultimi sei mesi laggiù, don Leonardo Marius di Caracas, ora nelle bufera del suo paese, Jesús Carrascosa e sua moglie Jone di Roma, Michele Faldi, i nostri amici preti del nostro presbiterio fiorentino, di quello della diocesi di Carabayllo e in particolare gli amici dello Studium Christi, con cui condividiamo ogni giorno il nostro sacerdozio, e tanti, tanti altri amici qui e in America Latina, fratelli e compagni nel seguire Gesù. Non posso nominarli ma è una famiglia immensa. Per ultimo nomino i Monaci Olivetani di San Miniato al Monte: Paolo si è fatto Oblato l’11 dicembre dell’anno passato, riconoscendo nell’amicizia con Dom Agostino prima e ora così intensa con Dom Bernardo, una chiamata precisa di Gesù.

  Un ultimo pensiero per l’associazione AISLA, per l’amicizia e la compagnia a Paolo e a tanti malati di SLA con le loro famiglie. Vorrei ringraziare in modo specialissimo Victor Bryan Reloza Espino e Christian Eduardo Sotomayor Vásquez, i due angeli custodi che hanno provveduto a Paolo come fratelli, Alberto, Emanuele e quella enorme compagnia di amici che, a turno, sono stati accanto a Paolo e che dicevano che non lo facevano per lui, ma perché stare con lui era un privilegio, come fosse stare con lo stesso Gesù in croce, anzi, dopo la croce, come gli apostoli con Gesù risorto nel cenacolo.

 

   Ciao Paolo, tu sei già arrivato, aspettaci e prega per noi.

 

Don Giovanni Paccosi